Un’onda che non si arresta…

Da poco tempo il decreto legge Gelmini ha ottenuto la fiducia in senato.

Quella che sotto gli occhi di tutti è, contrariamente
le caratteristiche di una riforma, una manovra politica ed economica,
che annulla l’importante ruolo sociale che la scuola e le università
ricoprono, ad oggi non suscita più mero risentimento e rifiuto per
l’eccezionalità del suo iter burocratico, bensì accende una riflessione
ben più ampia e interessante su cosa sia la formazione che dal grande
palazzo reale viene svenduta e annientata.

Siamo sicuri che ci si possa limitare a contestare i
suoi tecnicismi, i dictat economici e formali che essa impone sulla
scuola, anche quando dentro ognuno di noi è altro il fastidio che ci
stuzzica ed emerge?

Non possiamo ignorare che a Roma, Bologna, Milano,
Pisa, Firenze, e in ogni angolo italiano, anche il più piccolo e
sperduto, spesso e volentieri sconosciuto, sia emersa un’istanza ben
più complessa, legata ad un palese attacco alla propria dignità di
individuo critico, capace di esercitare e sviluppare proprie opinioni,
proprie prospettive sociali e culturali. Nel suo insieme la manovra del
Palazzo, verso la formazione nel suo complesso, è un esercizio di forza
teso non a «risparmiare», un eufemismo che di questi tempi fa pensare
quasi bene, bensì a imporre un assoluto e capillare controllo
sull’inarrestabile predisposizione umana a pensare, analizzare, creare
e sognare, capacità viva e attiva quando, studenti o docenti, si
attraversano reali ambienti di formazione e cultura che siano in grado
di eccitare e sollecitare tale predisposizione.

Tale attacco tuttavia non è nuovo, è l’ennesimo
tassello di un processo di smantellamento e piallamento intellettuale
il cui inizio va ricercato in tutte le precedenti riforme, da Gentile
in avanti.

E quindi si può forse restare impassibili ad osservare?
L’onda anomala che da La Sapienza si è spinta inondando e arricchendo
scuole, università e strade ovunque è l’esercizio di quella coscienza
critica che non ci viene riconosciuta, un’esperienza che ci supera e
identifica come un’estesa e trasversale soggettività di individui, un
portato ricco di prospettive che, esterne a quelle logiche di
sindacalismo e idealismo partitico che oggi fanno parte della crisi in
cui versa la corte dei buffoni che (non) ci rappresenta, si rifiuta di
essere capro espiatorio, si rifiuta di essere oggetto di attenzioni
sgradite e possessive, si rifiuta di tacere per la tranquillità dei ben
pensanti. Come dice una canzone: «cerca di restare in gruppo / la
tranquillità è importante / ma la libertà è tutto».

Quest’onda anomala nella sua irriverente ricchezza e particolarità scuote Reggio Emilia.

Noi la Crisi non la paghiamo.

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